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Il Leone di Caprera

...il cilento a portata di mano...

Il Leone di Caprera


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Il nome della goletta lo si deve a Giuseppe Garibaldi, l’esule di  Caprera. Perché a lui doveva andare come dono, assieme ad una spada d’oro e ad un album di firme. Regalo degli immigrati italiani in Uruguay che, ammalati di nostalgia, ritrovavano nell’eroe dei due mondi, la cui considerazione in Sudamerica (e nel mondo) era a livelli stratosferici, l’orgoglio di essere italiani. E poi, proprio come loro, Garibaldi in Uruguay era vissuto, ed aveva navigato.

Il Leone di Caprera è poco più di un guascio di Noce, una baleniera di 9 metri di  lunghezza, di tre tonnellate di stazza e armata a due alberi. Una goletta adatta al piccolo cabotaggio più che alle onde oceaniche ma che pure, per amor di patria, attraversò mezzo mondo. La prima barca di piccole dimensioni che sfidò l’Oceano. E lo vinse. Era il 1880.

A bordo tre uomini, dotati di un grande spirito d’avventura e di una buona dose di patriottismo:  Orlando Grassoni di Ancona, il cilentano Pietro Troccoli di Marina di Camerota e il capitano, il vero motore dell’impresa: Vincenzo Fondacaro di Bagnara Calabra. Capitano di vascello per la marina mercantile inglese, Fondacaro mal sopportava la scarsa considerazione di cui godeva la marineria italiana, ancor di più “punita” dalla disfatta di Lissa del 1866 ad opera degli austriaci. Occorreva dimostrare ai due mondi “che spento non è l’italico ardire“.

Fondacaro, vincendo ostilità e diffidenze, riusci a reperire i fondi necessari per la costruzione della barca, 20mila lire per dare forma al battello che, scriverà:  “È costruito in legno di cannella algarrobo, noce, pino bianco d’America; la coperta è a doghe larghe un pollice e mezzo, alternate fra noce e pino, tutto inchiodato e foderato in rame, ed ornato in bronzo: insomma è fatto artisticamente col disegno di darlo a qualche museo navale d’Italia e non già per uso di mare“.Maestranze italiane, legni diversi, la baleniera si distingueva per la straordinaria fattura e per i geniali accorgimenti: due alberi abbattibili da 4.5 metri, la bussola notturna, l’ancora conica galleggiante. E poi raffinate decorazioni, come i corrimano in ottone della coperta, i fregi accanto al nome, l’asse del timone a forma di testa d’aquila. Non erano solo eccellenti carpentieri questi italiani, erano anche bravi intagliatori.

Il Leone era soprattutto un capolavoro d’ingegneria nautica, e rivoluzionario: fu la prima barca a poter navigare quasi completamente sott’acqua grazie a quattro serbatoi d’aria collocati intorno alla chiglia, in breve attraversava l’onda senza saltarla, come fanno i pesci. Sottocoperta negli spazi angusti riservati all’equipaggio: galline vive, pane, vino, cibo e una gran quantità di olio, perchè il capitano Fondacaro lo riteneva il miglior rimedio contro le burrasche. Con un pratica mutuata dalle antiche baleniere, l’olio sparso in mare impediva il formarsi di frangenti e sul guscio di noce in pieno Oceano, ogni accorgimento doveva essere considerato.

L’impresa, però, nonostante la passione di Fondacaro sembrava di quelle impossibili, ed anche la comunità italiana finì per non crederci, le scommesse pagavano la riuscita della traversata dieci a uno. La spada d’oro da consegnare a Garibaldi fu ritirata, l’album di firme poteva bastare.

Il 3 ottobre del 1880 i tre partirono da Montevideo, da un porto gremito di curiosi d’ogni tipo, l’orgoglio mescolato al timore, quell’impresa sembrava una condanna a morte.

Novantasei giorni in un azzurro infinito che può trasformarsi in un momento nel nero più cupo e come diversivo solo il suono di un’armonica a bocca, quando il tempo (quello meteorologico) lo permetteva. Lungo le 5mila miglia bufere e paura, balene che giocavano a grattarsi la schiena sotto il vascello, i pescecani, e i piroscafi che incrociavano la rotta del Leone, gente stupita si affacciava. A Natale cominciò l’ultima battaglia, i compagni mangiarono l’ultimo pezzo di baccalà rimasto in sentina, una manciata di giorni dopo il Leone di Caprera arrivava al porto di Las Palmas (Canarie), fece poi rotta su Gibilterra e Malaga e successivamente, in giugno, attraccava a Livorno.

In Italia i tre marinai furono accolti con calore, il re Umberto I li ricevette anche nella villa Reale di Monza. Per loro ci furono banchetti, applausi, un bravo e nulla più. Il cilentano riuscì a consegnare l’abum a Garibaldi, poi fece una salto a  Marina di Camerota per ricevere una medaglia d’oro ed un anno dopo tornò a Montevideo. Anche Grassoni riprese la via dell’emigrazione. Il capitano Fondacaro, invece, prima di scomparire nell’oceano nel corso di un’altra travesata, pubblicò i diari di bordo col racconto esatto dell’avventura.

La goletta fu esposta al pubblico a Livorno, Venezia e poi a Milano, restò a galleggiare un po’ nel laghetto del parco reale di Monza, quindi passò al museo della Scienza e della Tecnica, dove rimase parcheggiata in un angolo del giardino quasi dimenticata. Nel 1995 fu spostata nella grotta di Lentiscelle, a Marina di Camerota, dove un pronipote di Pietro Troccoli l’ha custodita “amorevolmente” rendendola anche visitabile al pubblico.

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